Home » Comune di San Giovanni al Natisone » Quella difesa dei campanili che ai cittadini non conviene

Pubblichiamo qui di seguito un interessante articolo tratto dal sito specializzato lavoce.info e scritto da Sabrina Iommi, ricercatrice presso IRPET (Istituto Regionale Programmazione Economica della Toscana) in analisi territoriale e socio-demografica dello sviluppo, economia urbana, modelli istituzionali di governo.

Chi si oppone alla revisione di confini comunali troppo frammentati rispetto a criteri di economicità e ambiti di vita quotidiana dichiara spesso di difendere così l’interesse dei cittadini. Conti alla mano, il peso sui bilanci locali dei contributi nazionali per le fusioni dimostra il contrario.

Fusioni fra comuni: la strada è lunga

Il ministero dell’Interno ha recentemente reso nota l’attribuzione dei contributi straordinari per i comuni che fanno parte di fusioni realizzate a partire dal 2012 (decreto 26 aprile 2016). I criteri generali sono quelli stabiliti dal decreto legge 95/2012, mentre gli importi spettanti sono stati raddoppiati con l’ultima legge di stabilità (legge 28 dicembre 2015, n. 208), che li ha portati dal 20 al 40 per cento dei trasferimenti erariali ricevuti da ciascun ente nel 2010. Ricapitolando, dunque, agli enti nati per fusione e incorporazione spetta, per un periodo di dieci anni, il 40 per cento dei trasferimenti statali del 2010, per un importo massimo fissato a 2 milioni di euro per ciascuna fusione. In caso di insufficienza dei fondi rispetto al fabbisogno, si applica una premialità a favore delle fusioni o incorporazioni con maggiore anzianità, mentre in caso di eccedenza, tutte le risorse stanziate vengono distribuite in proporzione alla dimensione demografica raggiunta e al numero degli enti di origine. Ai contributi nazionali si aggiungono poi quelli regionali e, in alcuni casi, come previsto in Toscana, si introducono per i nuovi enti criteri di premialità nell’accesso agli altri finanziamenti disponibili per gli investimenti pubblici (per esempio, ai fondi strutturali). Per il 2016, i beneficiari dei contributi nazionali sono in tutto 37 nuovi enti, nati dalla riorganizzazione di 87 comuni preesistenti. È evidente che, se rapportato agli oltre 8mila comuni italiani, il fenomeno appare decisamente minoritario, anche se in forte crescita. Ciò che invece emerge in modo chiaro è che i processi di fusione sono molto convenienti per le comunità locali. I dati dei beneficiari ci consentono di tracciare un breve profilo (tabella 1). La riorganizzazione dei confini comunali di solito avviene per piccole aree: in 28 casi su 37 si tratta della fusione tra due soli enti, in 30 casi su 37 la fusione crea enti che non raggiungono i 10mila abitanti, in 29 casi su 37 la popolazione coinvolta rappresenta meno del 5 per cento di quella complessiva del sistema locale del lavoro di riferimento, cioè dell’ambito del pendolarismo quotidiano che, come mostrato in alcuni studi (si veda qui e qui), ha il vantaggio di corrispondere maggiormente alla vita quotidiana reale delle persone. Date le caratteristiche delle fusioni finora avvenute, ci possiamo attendere un beneficio complessivamente contenuto sulle due tipologie principali di costi imposti dalla iper-frammentazione: l’inefficienza frutto delle diseconomie di scala e la debolezza dell’azione pubblica, dovuta all’inadeguatezza di risorse, strumenti e ambiti territoriali di riferimento. Per ottenere effetti strutturali sull’intero sistema del governo locale ci vorrebbe un numero molto più alto di aggregazioni, con una crescita dimensionale maggiore e, possibilmente, con un buon livello di corrispondenza ad ambiti territoriali che abbiano una rilevanza socio-economica. La strada intrapresa è però quella giusta.

Tabella 1 – Nuovi comuni nati da fusione e incorporazione partecipanti al riparto del fondo nazionale 2016

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Fonte: elaborazioni su dati ministero Interno

Il finanziamento alle comunità locali

Il risultato è invece molto diverso se lo analizziamo in termini di impatto finanziario immediato sulle comunità locali. Gli enti che realizzano una fusione, infatti, ottengono per un decennio risorse aggiuntive che, annualmente, equivalgono a una quota delle loro entrate complessive che va dal 4 al 27 per cento, con importi che in termini assoluti variano da 200mila a 2 milioni di euro. Specialmente per le comunità di piccole dimensioni, si tratta di risorse in grado di ridare ossigeno ai bilanci, che consentono cioè non solo la copertura degli inevitabili costi di riorganizzazione legati all’istituzione del nuovo ente, ma anche il rifinanziamento dei servizi alla popolazione o il rilancio degli investimenti locali. Se da un punto di vista generale, dunque, gli effetti della politica di riduzione dell’iper-frammentazione comunale sono ancora deboli e si potranno apprezzare solo quando il fenomeno avrà assunto dimensioni strutturali, dal punto di vista delle singole comunità è già oggi difficile giustificare la scelta di non rivedere i confini con l’argomento di voler tutelare l’interesse dei cittadini.

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