Home » Comune di San Giovanni al Natisone » Crollo delle nascite ed emigrazione: il Friuli si svuota

Si pubblica un interessante articolo, tratto dal Messaggero Veneto di oggi, sul tema del calo delle nascite e dell’ultimo bilancio demografico nella nostra Regione.

Meno fiocchi rosa e azzurri nei primi sei mesi del 2016 e il bilancio demografico del Friuli Venezia Giulia evidenzia un profondo rosso, sul modello di quanto avviene a livello nazionale dove, nello stesso periodo, il calo delle nascite è stato pari a 14 mila 600 unità (il 6 per cento in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Il Friuli Venezia Giulia, come accennato, non è andato meglio. Sempre se confrontiamo il primo semestre dell’anno, il calo rispetto al 2015 è del 4,3 per cento (4 mila 22 nascite registrate) che significa, in valori assoluti, 137 fiocchi – rosa e azzurri – in meno. Considerando il raffronto con il 2014 emerge una vera e propria emorragia: ben 394 sono stati infatti i nati in meno nel primo semestre di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2014, pari al meno 9,2 per cento, un crollo che per un soffio ha mancato la doppia cifra, Al 30 giugno scorso, quindi, la popolazione del Friuli Venezia Giulia è scesa a un milione 218 mila 450 unità, contro il milione 229 mila 363 del primo gennaio 2014. Il saldo in negativo è quindi di 10 mila 913 residenti. Praticamente è scomparso un comune di medie dimensioni. Le ragioni si leggono nei numeri che pubblichiamo nella tabella. Il saldo, tra nati e morti, è ormai da tempo tradizionalmente negativo e il calo delle nascite non fa che aggravarlo. In più però si registra un elemento nuovo ovvero il saldo migratorio che non compensa la differenza demografica interna. Basti pensare che nel 2013 tra arrivi e partenze, il vantaggio dei primi è stato pari a 12 mila 317 abitanti. Poi la parabola discendente: nel 2014 2 mila 346 residenti in più e nel 2015 solo 328. Sorpresa? Non proprio. L’Istat, nel bilancio demografico mensile, certifica una galoppante riduzione della natalità, che nemmeno l’immigrazione sembra più capace di tenere a freno. Che sia colpa della crisi o che la ragione vada cercata altrove – ad esempio nella crescente fuga di cervelli – saranno i demografi e i sociologi a doverlo dire, interpretando un dato che però è inequivocabile. Il calo c’è. Ed è marcato. Segno che la tendenza a far meno figli è oggi generalizzata. Al di là del Paese dal quale si proviene. Come pure della longitudine lungo lo Stivale. Se infatti un tempo era il Sud a garantire il ricambio demografico, oggi i figli si fanno meno anche nel Mezzogiorno che ha consegnato il testimone della staffetta ad alcune aree del Nord, come la provincia di Bolzano, dove il saldo naturale nei primi mesi di quest’anno è stato sempre positivo al contrario di tutte le altre, comprese quelle del Fvg. In casa nostra ha fatto un po’ meglio solo l’ex provincia di Pordenone, che a giugno – ultimo mese della rilevazione Istat – ha visto chiudere diversi Comuni con un saldo naturale tornato finalmente al segno più. Vale per Pordenone (+6), per Fiume Veneto (+7) per Fontanafredda (+5), ma si tratta come si vede di numeri esigui. A livello generale, infatti, il saldo demografico della Destra Tagliamento, al 30 giugno scorso, si attesta a meno 396 residenti, aggravato, però – e questo è un valore originale rispetto agli altri territori – dal crollo del saldo migratorio, che evidenzia un segno negativo pari a 293 persone. La provincia, tradizionalmente manifatturiera, quindi, non attrae più manodopera, anzi la sensazione è che gruppi di immigrati se ne siano andati anche al di là di quello che riesce a certificare l’Istat (alcuni infatti non comunicano gli spostamenti ai rispettivi municipi). A Udine il saldo demografico è negativo per mille 430 unità, con un valore migratorio, però, positivo. La dinamica più equilibrata è quella della provincia di Trieste: 770 arrivi in più, a fronte di una differenza, tra morti e nascite, di 976 persone. Se da un lato i decessi aumentano, quindi, dall’altro le nascite continuano dunque a diminuire, anche per effetto delle nuove dinamiche che investono il mercato del lavoro. «Le donne hanno paura di restare incinte ed essere licenziate, in ambulatorio ce lo dicono spesso – testimonia la dottoressa Liliana Battistella, responsabile della Struttura operativa semplice di ginecologia e ostetricia dell’ospedale di San Daniele – e così l’età della maternità si sposta in avanti, spesso proprio per ragioni connesse all’occupazione». Sia quando c’è, che quando non c’è. E’ evidente infatti che la mancanza di lavoro, di questi tempi cronica, è un altro forte disincentivo a far figli. La dottoressa Battistella lo ha visto nei risultati numerici del suo stesso reparto dove fino a qualche anno fa nascevano oltre mille bambini e dove invece l’anno scorso i fiocchi non hanno raggiunto quota 900 unità.

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